Oggi siamo "tutti uguali" e nessuno, con il rimescolamento dei vari popoli e razze, l'individuo, le famiglie hanno perso la propria identità, ognuno non sa più chi è, permane sempre una domanda, ma io chi sono da dove vengo,ecco che allora può essere quietante conoscere le proprie radici. l'origine della specie si trasmette solo tramite il DNA femminile, ecco che è giusto che ogni uomo si titoli dei due cognomi, quello paterno e quello materno. Petrus Marotta Mulè
giovedì 6 ottobre 2011
mercoledì 5 ottobre 2011
Il Regno delle 2 Sicilie
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Stroria delle 2 Sicilie
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I crimini di Garibaldi
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Garibaldi, un bandito.
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Le stragi dei Savoia
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Eroi o briganti ?
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La Storia non raccontata
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domenica 10 luglio 2011
venerdì 8 aprile 2011
lunedì 28 marzo 2011
sabato 19 marzo 2011
L'IMPRESA DEI MILLE.......ASSASSINI (1860)
1860
L'IMPRESA DEI MILLE...ASSASSINI copriva la conquista coloniale anglo-piemontese delle Due Sicilie.
Dovevano distruggere la grande flotta mercantile delle Due Sicilie, in vista dell'apertura del Canale di Suez: l'unico potenziale concorrente -dalla Cina alle Americhe- venne pugnalato alle spalle.
Dovevano svuotare le ricche casse delle Banche delle Due Sicilie, per pagare i loro debiti. Contratti a Genova, a Londra, a Parigi...
Dovevano distruggere la nascente industria delle Due Sicilie, per trasferirla in Paludania, come dice il mio amico Nicola Zitara.
Ma soprattutto dovevano "controllare" le 412 miniere siciliane di zolfo, il petrolio del tempo, senza il quale nè industria nè flotta militare di Sua Maestà britannica avrebbero potuto dominare il Mondo per un secolo...E questo l'abbiamo capito noi, solo ora. (...) Ci hanno fottuti. E fin quando questa conoscenza di pochi non diverrà Verità Popolare, resteremo prigionieri di un "passato che non passa". Una catena al piede. Una condanna al sottosviluppo: economico e mentale.
@1988. Mario Di Mauro
UN MERCANTE DI SCHIAVI CHE DIVENTA BURATTINO DELL'IMPERIALISMO MASSONICO ANGLO-PIEMONTESE E CRIMINALE DI GUERRA CONTRO IL POPOLO SICILIANO. UN METRO CUBO DI LETAME.
La donchisciottesca spedizione di Garibaldi e dei suoi Mille -come la definisce Mack Smith nel suo "Cavour e Garibaldi"- venne finanziata dalla massoneria inglese con una cassa di piastre d'oro turche (moneta franca nel Mediterraneo del tempo) pari a molti milioni degli attuali dollari.
Le navi militari inglesi, "casualmente" alla fonda in Marsala, con uno stratagemma protessero lo sbarco dei "Mille". Tempo dopo, il cassiere della spedizione, Ippolito Nievo, e i registri contabili, vennero fatti sparire nel nulla.
I "Mille" si trovarono la via aperta dalla corruzione mirata dei vertici militari del povero Re delle Due Sicilie, e servirono da copertura allo sbarco di un imponente Corpo di Spedizione anglo-piemontese (22.000 soldati, tra cui vere e proprie "legioni straniere" di tagliagole ungheresi e zuavi).
L'obiettivo era:
1-distruggere, peraltro illegalmente, lo Stato sovrano delle Due Sicilie, a partire dalla sua grande flotta commerciale (la terza del Mondo), in vista dell'apertura del Canale di Suez.
2-controllare gli zolfi, che facevano della Sicilia la "Miniera del Mondo": erano "i solfi siciliani" a muovere l'industria e la flotta d'Inghilterra e non solo.
3-saccheggiare l'oro e l'argento delle Due Sicilie: prima con la rapina in piena regola, poi con l'astuzia del "corso forzoso".
Questo doveva accadere senza "dichiarare la guerra", dunque nel caos, con la corruzione, l'ipocrisia, l'inganno. E accuddhì fu.
La Sicilia fu saccheggiata. Una minoranza di isolani venne poi cooptata nel nuovo sistema e usata contro il Popolo siciliano, dando vita, come in tutte le colonie, a uno strato sociale parassitario e collaborazionista, che può "fare carriera" purchè operando in nome e per conto di chi sfrutta la nostra Isola.
Neanche in questo furono "originali": lo schema di ingegneria sociale venne mutuato dalle colonie spagnole, sebbene nella Sicilia del Cinquecento attecchì meno in profondità di quanto una storiografia pigra e neocoloniale ci abbia fatto credere. Ma questo è altro discorso, lo faremo.
Per capire la Sicilia di oggi occorre aver chiaro cosa accadde nel 1860. Perchè quel "passato" non è ancora passato.
Questo breve testo divulgativo del 1991, che ripubblichiamo con poche aggiunte, è dedicato alla memoria del mio amico Natale Turco, che mi ha aperto gli occhi, molti anni fa, e venne scritto per essere letto dai ragazzi che si avvicinavano a "Terra e LiberAzione", perchè apprendessero un paio di cosette che a scuola -nè in Tv- avevano mai potuto ascoltare.
La necessità di una nuova edizione nasce dalla "celebrazione ufficiale" che il Senato romano terrà il 4 luglio 2007 nel bicentenario della nascita di quel mercante di schiavi, ladro di cavalli, burattino dell'imperialismo massonico anglopiemontese, che risponde al nome di Garibaldi Giuseppe. Un assassino.
La prima "copia" è stata inviata ai nostri amici Giovanni Pistorio, senatore autonomista siciliano, e Raffaele Lombardo, presidente del M.P.A. con l'invito a usarla. Cosa che è stata fatta, e anche assai bene.
ANNESSIONE COLONIALE
L'atto di annessione dell'Isola allo Stato di Vittorio Emanuele II nel 1860, come dimostra anche il Mack Smith (1), non fu chiara e libera manifestazione plebiscitaria della volontà dei Siciliani, ma un vero e proprio atto di forza. Garibaldi confessa a varie riprese (2) che il popolo fu sempre assente nel "movimento per l'unificazione italiana", quando non fu decisamente contrario.
Lo stesso Mazzini, rispondendo con uno scritto alla circolare 15 agosto1860 del ministro Farini, nella quale si rivelava la decisione del governo piemontese per l'annessione, spinse deliberatamente a quell'atto, proprio perchè temeva le pesanti riserve dei Siciliani (3) e intendeva tagliar corto alla idea piú sana di una Confederazione Italiana, propugnata dal Gioberti e da diversi patrioti siciliani tra il 1848 e il 1860.
La stessa relazione del Consiglio Straordinario di Stato-istituito in Sicilia dal prodittatore Mordini con decreto 19 ottobre 1860 e con il quale, ad annessione avvenuta, i rappresentanti del Popolo Siciliano avrebbero dovuto discutere e proporre gli ordinamenti piú convenienti alla Sicilia per entrare a far parte dello Stato Italiano- non ebbe mai seguito.
Mentre la Luogotenenza -promulgata da Vittorio Emanuele II a Palermo il 1° dicembre1860, in occasione della sua prima visita, ed in base alla quale lo Stato avrebbe avocato a sè soltanto la branca degli Affari esteri e quella della Difesa, lasciando il resto in mano ad amministratori siciliani che avrebbero fatto parte del Consiglio di essa -visse una breve e grama esistenza e fu abolita con un semplice Decreto Reale il 1° febbraio1862.
DIRITTO DI...SACCHEGGIO
Tutto -come ben sappiamo dalla lettura dell'art.4 del "decreto prodittatoriale 9 ottobre 1860", con il quale si stabilí l'infame sistema di votazione per il plebiscito- si svolse in un'atmosfera di vera e propria sopraffazione della libera volontà dei Siciliani.
I risultati di quel plebiscito registrarono soltanto 667 "no" su 432.720 votanti, con una percentuale che supera il 99,99% dei cosiddetti "si".Lo stesso ministro Eliot, ambasciatore inglese a Napoli, dovette scrivere testualmente nel rapporto al suo Governo che: "Moltissimi vogliono l'autonomia, nessuno l'annessione; ma i pochi che votano sono costretti a votare per questa". E un altro ministro inglese, Lord John Russel, mandò un dispaccio a Londra, cosí concepito: "I voti del suffragio in questi regni non hanno il minimo valore". Con una buona dose di ipocrisia.
BOTTINO DI GUERRA
Entrata cosí a far parte del Regno d'Italia, la Sicilia, nel giro di pochi anni si vide spogliata dell'ingente patrimonio di quei Beni Ecclesiastici che fruttarono allo Stato 700 milioni del tempo, della riserva d'oro e d'argento del suo Banco di Sicilia, e vide portato il carico tributario a cinque volte di piú del precedente. Come accertò Giustino Fortunato, mentre per l'anno 1858 esso era stato di sole lire 40.781.750 per l'anno 1891 le sue sette province registrano un carico di lire 187.854.490,35 (5).
Si inasprirono inoltre i pesi sui consumi, sugli affari, sulle dogane, le tasse di successione che prima non esistevano, quelle del Registro che erano state fisse, quelle di bollo, per cui nel1877 queste tasse erano già pervenute a 7 milioni e nel 1889-90 avevano raggiunto i 20 milioni.
La vendita del patrimonio dello Stato -ossia del demanio dell'ex Regno della Due Sicilie- impinguato dai beni dei soppressi Enti Religiosi e sommato alla vendita delle ferrovie, aveva fruttato allo Stato italiano oltre un miliardo, senza contare il capitale dei mobili, delle argenterie e tutta la rendita del debito pubblico, posseduta dalle Corporazioni religiose, che venne cancellata del tutto. E non erano "beni della Chiesa di Roma", ma frutto dell'accumulazione di famiglie siciliane investito sul "figlio prete"!
CRONACA DI UN MASSACRO
Le terre demaniali che Garibaldi aveva promesso ai contadini ed ai "picciotti" il 2 giugno 1860, con il decreto concernente la divisione dei demani comunali, andarono soltanto ad impinguare i patrimoni dei nobili e dei borghesi, per cui già nel giugno e nel luglio del 1860 si ebbero in Sicilia quelle sollevazioni che assunsero "proporzioni vastissime, poiché i contadini rivendicarono non solo la quotizzazione dei demani ancora indivisi, ma anche la nuova quotizzazione dei demani usurpati o illegalmente acquistati da nobili o borghesi, oppure il ristabilimento su di essi dei vecchi diritti d'uso" (6).
Il risultato di quelle richieste legittime furono le feroci repressioni eseguite da Bixio a Bronte, e dagli altri garibaldini a Caltavuturo, a Modica, e in tanti altri comuni.
"Verso la fine di giugno e nel corso del luglio 1860 la frattura tra governo garibaldino e movimento contadino si venne via via accentuando, non solo per la resistenza popolare alla coscrizione (resa obbligatoria da Garibaldi con il decreto del 14 maggio) ma anche perché le autorità governative e le forze armate garibaldine furono portate sempre piú a schierarsi a favore dei ceti dominanti" (7).
PRIMO STATO D'ASSEDIO
In questo clima di disagio morale, economico, sociale e politico, aggravato dall'imposizione della leva militare che i Siciliani avevano sconosciuto fino allora, il Parlamento Italiano conferí i pieni poteri al Generale Govone nel 1863, al fine di ridurre in Sicilia l'opposizione al servizio militare, consentendogli di tenere dei tribunali militari e di fucilare la gente sul posto.
Gli eccidi consumati allora dalle truppe del Govone, specie a Licata e in tanti altri centri dell'interno dell'Isola, furono denunziati all'opinione pubblica nel dicembre del '63 dal deputato cattolico moderato Vito D'Ondes Reggio e da molti deputati della Sinistra e della Destra al potere, ma come dice con lapidaria frase il Candeloro: "questo gesto clamoroso non modificò peraltro la politica del governo in Sicilia" (8).
Migliaia di arrestati, morti e trucidati, abusi, violenze e atrocità commesse come rappresaglia sulla popolazione civile, prelevamenti di ostaggi nelle famiglie dei renitenti, stato d'assedio per tutta l'Isola, taglio dei viveri e dell'acqua potabile alla città martire di Licata.
1866. UNA RIVOLUZIONE SICILIANA
Quando poi scoppiò il moto palermitano nella notte tra il 15 e il 16 settembre 1866 con 3.000 uomini armati -per lo piú ex "picciotti" ed ex patrioti del 1848- che, scesi dai monti, attaccarono di sorpresa la città ed instaurarono un Comitato provvisorio, presieduto dal principe di Linguaglossa e da Francesco Bonafede, si parlò di complotto della Chiesa in accordo con i Borboni, ma la verità è che fin dalla prima metà del 1865 la Sicilia, per lo stato di abbandono e di maltrattamento inflittogli dall'Italia, era in stato di agitazione e di congiure.
"E' dunque da escludere -come afferma uno storico di parte non sospetta- che la massa di manovra e i capipopolo del 1866 intendessero puntare su una restaurazione borbonica, cosí com'è da escludere che si trattasse di un moto puramente brigantesco, due tesi che specialmente il Generale Raffaele Cadorna, inviato poi come commissario straordinario (e a reprimere il moto con il 2° stato d'assedio nell'Isola) volle far passare nella convinzione comune e che furono accettate dalla storiografia moderata. Coloro che furono invece testimoni della settimana infuocata resero ragione della sostanziale disciplina che caratterizzò il comportamento dei rivoltosi e smentirono le voci di spaventose crudeltà che da essi sarebbero state commesse" (9).
Tutti i volantini del tempo, di propaganda autonomista (conservati presso l'Archivio di Stato di Palermo) si soffermano sul sempre piú accentuato distacco tra masse popolari e classi nobiliare e borghese, le quali rappresentavano il piú fermo sostegno interno della dominazione italiana (10).
E per le strade di Palermo si gridava: "Viva la Repubblica! Viva i Monasteri!".
SETTEMBRE NERO
Poichè l'insuccesso delle prime truppe da sbarco italiane comandate da Emerico Acton fu completo, divenne necessario che giungesse un intero corpo di spedizione sotto gli ordini del Cadorna, per combinare un assalto simultaneo di tutte le forze di terra e di mare, combattere per 36 ore contro circa 40.000 popolani armati, guadagnare una ad una le barricate.
I morti non poterono contarsi: i fucilati in massa furono diverse migliaia, i massacrati senza motivo diverse centinaia; la rivoluzione venne chiamata del "Sette e mezzo" per la durata dei suoi giorni. Moriva ancora una volta la speranza della Sicilia e dei Siciliani. Moriva, annegata ancora una volta nel loro stesso sangue.
LA RESISTENZA SICILIANA
Tenuta nello stato di abbandono, in conto di "regione tropicale", in un clima politico da "cuore di tenebra", in mano di sfruttatori e ladri... e di una polizia che giunse all'aperta collusione con la mafia e la delinquenza locale sí da far insorgere perfino il Procuratore Generale di Palermo, Tajani (11), il quale promosse ma non poté ottenere l'incriminazione del famigerato Questore Albanese (12)... senza alcuna iniziativa in fatto di lavori pubblici... nel piú completo analfabetismo... nella miseria contadina piú vergognosa... la Sicilia cominciò a riorganizzare la sua Resistenza nel corso del 1867. Quando il generale Giacomo Medici venne ad assumere la prefettura di Palermo.
Sull'onda di quel movimento socialista che era stato fondato sotto il nome di Fratellanza internazionale nel 1864 da Saverio Friscia, Bakunin e Fanelli, ma, soprattutto, alimentata da una fitta rete di "società di mutuo soccorso" e "circoli operai", e, in fin dei conti, nel retrobottega del farmacista, nel salone del barbiere, nello studio dell'avvocato, nei capannelli domenicali col vestito buono, un pò in tutte le kiazze di città e paesi, l'Isola dei Siciliani covava i suoi Fasci e maturava il suo programma: "Terra e Libertà!".
I Fasci Siciliani dei Lavoratori, che sorgeranno nella crisi di finesecolo e, incompresi dalla "sinistra italiana", verranno schiacciati nel sangue dal Governo di Roma. Ne riparleremo.
Ancora una volta le forze progressive dell'Isola dei Siciliani non trovarono, oltre le nuvole, che la notte scura. E tante navi per l'America: tonnellate umane, come quelle dei popoli africani alla cui deportazione contribuí anche l' ancòra "Capitano" Garibaldi, che, sulle rotte sanguinanti della "tratta degli schiavi", commerciava "negri e cavalli".
L' Italia era ripassata per le nostre contrade: con le sue truppe, i suoi tribunali speciali, la sua macchina fiscale...
La Resistenza Siciliana, massacrata e sconfitta, emigrava a "Brucculinu". E qui, in marci verso una "nuova frontiera", i Siciliani scrissero alcune tra le pagine piú belle del nascente movimento operaio americano, ma si inventarono anche, e a colpi di mitra, l'organizzazione etno-imprenditoriale piú efficente del secolo: la Cosa Nostra.
©1991. Mario Di Mauro
www.terraeliberazione.org
note
(1) Cfr. D. MACK SMITH, Storia della Sicilia medievale e moderna, Bari, Ed. Laterza 1970, pagg. 599-609. Cavour e Garibaldi nel 1860, Torino Ed. Einaudi, 1958, pagg. 463-501.(2) Cfr. G. GARIBALDI, I Mille, Torino, Ed. Camilla e Bertolero, 1874 -Memorie, Bologna Cappelli, Ediz. Naz. degli Scritti.(3) Cfr. G. NICOTRI, Rivoluzioni e rivolte in Sicilia, Torino, UTET, 1910.(4) Cfr. F. GUARDIONE, La Sicilia nella rigenerazione politica d'Italia, Palermo, Reber, 1912, pag. 620(5) Cfr. G. FORTUNATO, Il Mezzogiorno e lo Stato Italiano, Firenze, Ed. Vallecchi, 1911, Vol. II, pag. 125 e segg. (6) Cfr. G. CANDELORO, Storia dell'Italia moderna, Milano, Ed. Feltrinelli, 1971, Vol. IV pag.463.(7) Ibidem, pag. 465.(8) Ibidem, Vol. V, pag. 204.(9) P. ALATRI, Lotte politiche in Sicilia sotto il governo della Destra, Torino, Ed. Einaudi, 1954, pag. 142. Ma vedi pagg. 105-150 per imotivi della rivolta.(10) Questi materiali di propaganda manifestano spesso le tendenze socialiste che si erano venute largamente affermando e diffondendo in Sicilia dopo il '60. Il Brancato ha anzi sottolineato quanto, in quella rivolta di popolo, richiama i precedenti del 1860, del 1848 e del 1820 e anticipa i moti dei Fasci Siciliani del 1893 - Cfr. F. BRANCATO, Origini e carattere della rivolta palermitana del settembre 1866, Palermo, "A.S.S.", serie III, Vol. V. (11) Cfr. P. ALATRI, Op. Cit., Cap. VI, pagg.347-417.(12) Cfr.F. S. MERLINO, Questa è l'Italia, Milano, nuova ediz. 1953.
Chi volesse approfondire l'argomento legga: "L'Unità d'Italia: nascita di una colonia" di Nicola Zitara (20 euro) e "L'essenza della Questione Siciliana" di Natale Turco (20 euro), richiedendoli con vaglia postale a "Terra e LiberAzione" C.P.367 Catania Centro.
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sull''eroe dei due mondi' e sul 'Cincinnato di Caprera'.
Partiamo, quindi, dall'analizzare il ruolo e la posizione
dell'obiettivo principe della più notoria spedizione
dell'avventuriero nizzardo: la Sicilia.
La Sicilia, granaio e giardino del Regno di Napoli (o delle Due
Sicilie), oltre ad avere una economia agricola abbastanza sviluppata,
almeno nella sua parte orientale, ovvero una agrumicoltura sostenuta
e avanzata, necessaria ad affrontare il mercato internazionale,
sbocco principale di tale tipo di coltura; possedeva una forte
marineria, assieme a quella di Napoli, tanto da essere stata una nave
siciliana, la prima ad inaugurare una linea diretta con New York e
gli Stati Uniti d'America. Marineria avanzata per sostenere una
avanzata produzione agrumicola destinata al commercio estero, come si
è appena detto. Capitalismo, altro che gramsciana 'arretratezza
feudale'. Ma il fiore all'occhiello dell'economia siciliana era
rappresentata da una risorsa strategica, all'epoca, ovvero lo zolfo.
Lo zolfo e i prodotti solfiferi, erano estremamente necessari per il
nascente processo di industrializzazione . Lo zolfo veniva utilizzato
per la produzione dell'acciaio, per la preparazione di sostanze
chimiche, come conservanti, esplosivi, fertilizzanti; era insomma il
lubrificante del motore dell'imperialismo, soprattutto di quello
inglese. Con la rivoluzione nella tecnologia navale, ovvero la
nascita della corazzata, e la diffusione delle ferrovie in Europa, e
non solo; ne fanno montare la domanda e, quindi, la necessità di
sempre maggiori quantità di acciaio, ferro e ghisa. Quindi i processi
produttivi connessi, richiedono sempre più ampie quantità di zolfo;
cosi come la richiedono l'economia moderna tutta, industriale e
commerciale. Tipo quella dell'Impero Britannico.
La Sicilia, alla luce dei mutamenti epocali che si vivevano alla metà
dell'800, diventa un importante obiettivo strategico, un asset geo-
politicamente e geo-economicamente cruciale. Difatti l'Isola
possedeva 400 miniere di zolfo che, all'epoca, coprivano circa il 90%
della produzione mondiale di zolfo e prodotti affini.
...
Lo zolfo veniva utilizzato
per la produzione dell'acciaio, per la preparazione di sostanze
chimiche, come conservanti, esplosivi, fertilizzanti ...mercenari vestiti delle rosse divise destinate, non
a caso, agli operai del mattatoio di Montevideo.
...
giova ricordare che Garibaldi, prima di
partire da Quarto, era stato convocato presso la Loggia 'Alma Mater'
di Londra. Vi fu una festa pubblica, di massa, che lo accolse a
Londra e lo accompagnò fino alla sede centrale della massoneria anglo-
scozzese. 'La più grande pagliacciata a cui abbia mai assistito'
scrisse un testimone diretto dell'evento. Un tal Karl Marx.
Giuseppe Garibaldi venne scelto da Londra, poiché si era già reso
utile alla causa dell'impero britannico. In America Latina, quando
gli inglesi favorirono la secessione di Montevideo dall'impero
brasiliano, e la conseguente guerra tra Brasile e Uruguay, Garibaldi
venne assoldato per svolgere il ruolo di 'raider', ovvero incursore
nelle retrovie dell'esercito brasiliano. Il suo compito fu di
sconvolgere l'economia dei territori nemici devastando i villaggi,
bruciando i raccolti e razziando il bestiame. Morti e mutilati tra
donne e bambini abbondarono, sotto i colpi dei fucili e dei machete
dei suoi uomini.
Il compito svolto da Garibaldi rientrava nella politica di intervento
coloniale inglese nel continente Latinoamericano; la nascita
dell'Uruguay rientrava nel processo di controllo e consolidamento del
flusso commerciale e finanziario di Londra verso e da il bacino del
Rio de la Plata; la regione economicamente più interessante per la
City. Escludere l'impero brasiliano dalla regione, era una carta
strategica da giocare, perciò Londra, tramite anche Garibaldi, favorì
la nascita dell'Uruguay. La borghesia compradora di Montevideo era
legata da mille vincoli con l'impero inglese. Ivi Garibaldi svolse
sufficientemente bene il suo compito. Divenne un 'bravo' comandante
militare, solo perché si trovò di fronte i battaglioni brasiliani
costituiti, per lo più, da schiavi neri armati di picche. Facile
averne ragione, se si disponeva della potenza di fuoco necessaria,
che fu graziosamente concessa dalla regina Vittoria.*
L'eroe dei due mondi era stato richiamato a Londra, distogliendolo
dal suo ameno lavoro: il trasporto di coolies cinesi, ovvero operai
non salariati, da Hong Kong alla California. La carne cinese era
richiesta dal capitale statunitense per costruire, a buon prezzo, le
ferrovie della West Coast. Garibaldi si prodigava nel fornire
l''emancipazione' semischiavista agli infelici cinesi, in cambio di
congrua remunerazione dai suoi presunti ammiratori yankee.**
Colui che richiese l'intervento di Garibaldi, in Sicilia,
effettivamente fu un siciliano, Francesco Crispi. Egli venne inviato
a Londra, presso i suoi fratelli di loggia, per dare l'allarme al
gran capitale inglese: Napoli stava trattando con una azienda
francese per avviare un programma per meccanizzare, almeno in parte,
le miniere e la produzione dello zolfo.
Il progettato processo di modernizzazione della produzione mineraria
siciliana, avrebbe alleviato il popolo siciliano dalla piaga del
lavoro minorile semischiavistico delle miniere di zolfo. Ma i baroni
proprietari delle miniere, stante l'alto margine di profitto ricavato
dal lavoro non retribuito, e timorosi che l'interventismo economico
della 'arretrata amministrazione borbonica', potesse sottrarre loro
il controllo dell'oro rosso, decisero di chiedere l'intervento
britannico, allarmando Londra sul destino delle miniere di zolfo. Non
fosse mai che lo stolto Luigi Napoleone potesse controllare il 90% di
una materia prima necessaria alle macchine e alle fornaci del
capitale imperiale inglese.
Tutto ciò portò alla chiamata alle armi del loro 'eroe dei due
mondi'. E i 'carusi' delle miniere solfifere devono ringraziare
Garibaldi, e i suoi amici anglo-piemontesi, se la loro condizione
semischiavista si è protratta fino agli anni '50 del secolo scorso.
Le due navi della Rubattino, della 'Spedizione dei Mille', arrivarono
a Marsala l'11 maggio 1860. Ad attenderli non vi erano unità della
marina napoletana o una compagnia del corpo d'armata borbonico, forte
di 10000 uomini, stanziata in Sicilia e comandata dal Generale Lanti.
No. In compenso era presente una squadra della Royal Navy, posta
nella rada di Marsala, a vigilare affinché tutto andasse come
previsto. I 1089 garibaldini, in realtà, erano solo l'avanguardia del
vero corpo d'invasione, una armata anglo-piemontese di 20000 soldati,
per lo più mercenari, che attuarono, già allora, la tattica di
eliminare qualsiasi segno di riconoscimento delle proprie forze
armate. Infatti il corpo era costituito, in maggioranza, da ex zuavi
francesi che avevano appena 'esportato' la civiltà nei villaggi
dell'Algeria e sui monti della Kabilya. Inoltre, erano presenti
alcune migliaia di soldati e carabinieri piemontesi, momentaneamente
posti in 'congedo', e riarruolati come 'volontari' nella missione
d'invasione. Eppoi c'erano i veri e propri volontari/mercenari ,
finanziati per lo più dall'aristocrazia e dalla massoneria inglesi.
Il primo scontro a fuoco, tra garibaldini e guarnigione borbonica, si
risolse ufficialmente nella sconfitta di quest'ultima. Fatto sta che
nella breve battaglia di Calatafimi, a fronte delle perdite
dell'esercito napoletano, che ebbe una mezza dozzina di caduti, i
garibaldini vengono letteralmente sbaragliati, subendo circa 100 tra
morti e feriti. In realtà, nella mitizzata battaglia di Calatafimi, i
soldati napoletani che cozzarono con l'avventuriero Garibaldi
dovettero abbandonare il campo, poiché il comando di Palermo aveva
loro negato l'invio di rifornimenti, soprattutto di munizioni,
costringendo la guarnigione borbonica non solo a smorzare l'impeto
con cui affrontarono i garibaldini, ma anche ad abbandonare il
terreno, quindi, lasciando libero Garibaldi nel proseguire l'avanzata
su Palermo.
A Palermo, dopo la scaramuccia presso 'Ponte Ammiraglio', nell'allora
periferia della capitale siciliana, il comandante della guarnigione
borbonica decise di consegnare la città. Contribuì alla decisione,
probabilmente, la consegna da parte inglese di un forziere carico di
piastre d'oro turche. La moneta franca del Mediterraneo.
L'avanzata dei garibaldini, rincalzati dal corpo d'invasione che li
seguiva, incontrò un ostacolo quasi insormontabile presso Milazzo.
Qui la guarnigione napoletana impose un pesante pedaggio ai volontari
di Garibaldi. Infatti la battaglia di Milazzo ebbe un risultato, per
Garibaldi, peggiore di quella di Calatafimi. A fronte dei 150 morti
tra i napoletani, le 'camicie rosse' subirono ben 800 caduti in
azione. La guarnigione napoletana si ritirò, in buon ordine e con
l'onore delle armi da parte garibaldina! Ma solo quando,
all'orizzonte sul mare, si profilò una squadra navale anglo-
statunitense, con a bordo una parte del vero e proprio corpo
d'invasione mercenario. Corpo che fu fatto sbarcare alle spalle della
guarnigione nemica di Milazzo.
Va sottolineato che i vertici della marina borbonica, come quelli
dell'esercito napoletano, erano stati corrotti con abbondanti
quantità di oro turco e di prebende promesse nel futuro regno unito
sabaudo. Così si spiega il comportamento della marina napoletana, che
alla vigilia dello sbarco di Garibaldi, sequestrò una nave
statunitense carica di non meglio identificati 'soldati' (i notori
mercenari), ma che subito dopo la rilasciò. Così come, nello stretto
di Messina, la squadra napoletana evitò di ostacolare, ai
garibaldini, il passaggio del braccio di mare, permettendo a
Garibaldi e a Bixio di sbarcare sulla penisola italiana. Da lì fu una
corsa fino all'entrata 'trionfale' a Napoli, dove Garibaldi fece
subito assaggiare il nuovo ordine savoiardo: fece sparare sugli
operai di Pietrarsa, poiché si opposero allo smantellamento delle
officine metalmeccaniche e siderurgiche fatte costruire
dall''arretrata' amministrazione borbonica.
Certo, il regno delle Due Sicilie era fu reame particolarmente
limitato, almeno sul piano della politica civica, ma nulla di
eccezionale riguardo al resto dei regni italiani. Di certo fu che la
monarchia borbonica, dopo il disastro della repressione antiborghese
della rivoluzione partenopea del 1799, avviò una politica che permise
il prosperare, nell'ambito della proprio apparato amministrativo e di
governo, degli elementi ottusi, malfidati e corrotti. Condizione
necessaria per poter perdere, in modo catastrofico, la più piccola
delle guerre.
In seguito ci fu la battaglia del Volturno, già perduta dai
borbonici, poiché presi tra due fuochi: i mercenari di Garibaldi a
sud e l'esercito piemontese a nord. E quindi l'assedio di Gaeta e
Ancona, e poi la guerra civile nota come 'Guerra al Brigantaggio' .
Una guerra che costò, forse, 100000 vittime. Prezzo da mettere in
relazione con i 4000 morti, in totale, delle tre Guerre
d'Indipendenza italiane. Solo tale cifra descrive la natura reale del
processo di unificazione italiana.
La Sicilia, in seguito, venne annessa con un plebiscito farsa***; poi
nel 1866 scoppiò, a Palermo, la cosiddetta 'Rivolta del Sette e
mezzo', che fu domata tramite il bombardamento dal mare della
capitale siciliana. Bombardamento effettuato dalla Regia Marina che
così, uccidendo qualche migliaio di palermitani in rivolta o
innocenti, si 'riscattò' dalla sconfitta di Lissa, subìta qualche
settimana prima e da cui stava ritornando. Subito dopo esplose, a
Messina, una catastrofica epidemia di colera, la cui dinamica
stranamente assomigliava alla guerra batteriologica condotta dagli
yankees contro gli indiani nativi d'America. Migliaia e migliaia di
morti in Sicilia.
Tralasciamo di spiegare il saccheggio delle banche siciliane, che
assieme a quelle di Napoli, rimpinguarono le tasche di Bomprini e di
altri speculatori tosco-padani, ammanicati con le camarille di
Rattazzi e Sella; la distruzione delle marineria siciliana; lo stato
di abbandono della Sicilia per almeno i successivi 40 anni****; la
feroce repressione dei Fasci dei Lavoratori siciliani; l'emigrazione
epocale che ne scaturì. Infine un novecento siciliano tutto da
riscrivere, dall'ammutinamento dei battaglioni siciliani a Caporetto
alle vicende del bandito Giuliano, uomo del battaglione Vega della
X.ma Mas, che fu al servizio degli USA e del sionismo; per arrivare
alla vicenda del cosiddetto 'Milazzismo' e a una certa
professionalizzazio ne dell''antimafia' (che va a braccetto con quella
di certo 'antifascismo' ) dei giorni nostri.
Garibaldi, una volta sistematosi a Caprera, aveva capito che la
Sicilia e il Mezzogiorno d'Italia, non gli avrebbero perdonato ciò
che gli aveva fatto.
Alessandro Lattanzio, Catania 8/7/2007
http://www.aurora03 .da.ru/
http://sitoaurora. altervista. org/
Note
* Giova ricordare che l'impero inglese, alla metà del XIX.mo secolo,
fu impegnato in una serie di guerre contro determinati stati (Regno
delle Due Sicilie, Paraguay e gli stessi USA), che avevano deciso di
seguire uno sviluppo autocentrato, sviluppando l'industria locale e
rafforzando la propria agricoltura e il proprio commercio tramite
l'applicazione dei dazi. Ciò avrebbe permesso lo sviluppo economico,
pur restando al di fuori dell'influenza bancario-finanziari a e,
quindi, politica di Londra. L'impero britannico reagì, a tali
comportamenti, creando operazioni tipo 'Falsa Bandiera'. In Italia
meridionale con Garibaldi e la sua 'spedizione' . Negli USA reclutando
gli 'abolizionisti' estremisti di John Walker, i quali, nel 1858,
prima di iniziare una loro propria 'spedizione' su Harper's Ferry,
dove vi era il maggiore arsenale statunitense, vennero addestrati da
un misterioso ufficiale inglese che si faceva chiamare Forbes. Egli,
poco prima della fallimentare 'spedizione' , scomparve nel nulla. Il
Paraguay, durante gli anni della guerra civile statunitense, venne a
sua volta aggredito da una coalizione di stati latinoamericani
chiaramente legati agli interessi britannici: Uruguay, Argentina e un
Brasile addomesticato. Questa guerra si risolse con la distruzione,
fisica, del Paraguay e della sua popolazione maschile. Alla fine si
ebbe un rapporto di otto donne per ogni uomo.
**C'è chi va blaterando di un Garibaldi bramato da Abramo Lincoln,
presidente degli USA, durante la Guerra Civile statunitense. Secondo
la leggenda, Washington cercava un abile condottiero, un Garibaldi
appunto, che dirigesse l'Armata del Potomac che si trovava in serie
difficoltà nell'affrontare la ben più smilza 'Armata della Virginia'
guidata dal grande Generale Robert E. Lee. Della presunta richiesta
non ci sono in giro che voci e illazioni, nulla di più. Eppoi, perché
mai Lincoln doveva affidare il suo esercito ad un avventuriero che
non ha mai diretto che qualche centinaio di sbandati? I bravi
generali nordisti non scarseggiavano: Halleck, Sherman, Grant,
Sheridan, ecc. Insomma, il solito provincialismo incolto e fanfarone
italico con cui s'insegna la storia nelle nostre università!
***Si trattò della massima dimostrazione di malafede e inganno nei
confronti dei contemporanei e dei posteri. Il plebiscito di svolse
nelle seguente modalità: due schede, una con un NO e l'altra con un
SI stampati sopra; chi votava NO doveva mettere la relativa scheda in
una determinata urna, chi votava per il SI, doveva mettere, a sua
volta, la relativa scheda su un'altra urna. Potete capire come
venisse 'tutelata', in quel modo, il diritto alla libera espressione
del voto. E con tanto di soldati piemontesi presenti nei seggi
elettorali! 667 furono i siciliani che votarono NO al plebiscito. Non
c'è bisogno di dire che, subito dopo la 'consultazione' , tutti
costoro dovettero abbandonare la loro terra.
****Il primo traghetto sullo stretto di Messina venne inaugurato nel
1899!
I NOVANTA GIORNI
DI GARIBALDI IN SICILIA
LA PARTENZA DA QUARTO
Il 6 maggio Garibaldi partí con 1.089 avventurieri da Quarto sui vapori Piemonte e Lombardo, concessi dal procuratore della compagnia di Raffaele Rubattino, un tale G.B. Fauché, affiliato alla loggia "Trionfo Ligure" di Genova.
Le due navi erano state acquistate con un regolare atto segreto stipulato a Torino la sera del 4 maggio alla presenza del notaio Gioacchino Vincenzo Baldioli tra Rubattino, venditore, e Giacomo Medici, in rappresentanza di Garibaldi, acquirente. Garanti del debito furono il re Vittorio Emanuele II e Camillo Benso conte di Cavour, come da accordi avvenuti il giorno prima a Modena con Rubattino, presenti anche l’avvocato Ferdinando Riccardi e il generale Negri di Saint Front, appartenenti ai servizi segreti piemontesi e che avevano ricevuto l’incarico dall’Ufficio dell’Alta Sorveglianza Politica e del Servizio Informazioni del presidente del Consiglio. La spedizione era, dunque, organizzata consapevolmente e responsabilmente dal governo piemontese. I "mille" provenivano per oltre la metà dalla Lombardia e dal Veneto, poi, in ordine decrescente, vi erano toscani, parmensi, modenesi. Tra costoro vi erano 150 avvocati, 100 medici, 20 farmacisti, 50 ingegneri e 60 possidenti. Quasi tutti stavano scappando da qualcuno o da qualcosa, spinti soltanto dal desiderio di avventura e di saccheggi.
Il giorno 7 Garibaldi arrivò nel porto di Talamone, vicino ad Orbetello, dove venne rifornito dalle truppe piemontesi, comandate dal maggiore Giorgini, di 4 cannoni, alcune centinaia di fucili e centomila proiettili. Sbarcarono anche 230 uomini, comandati da Zambianchi, con il compito di promuovere una sommossa negli Abruzzi, ma subito dopo Orvieto, a Grotte di Castro, furono messi in fuga dai decisi gendarmi papalini.
L’8 maggio Garibaldi fu costretto a ordinare che tutti rimanessero a bordo, dopo gli episodi di saccheggi e violenze che i garibaldini avevano fatto in Talamone. Successivamente, dopo aver imbarcato circa 2.000 "disertori" piemontesi, carbone e altre armi a Orbetello, scortato dalle navi piemontesi, ripartí il 9 maggio e sbarcò a Marsala il giorno 11.
LO SBARCO A MARSALA
Le due navi piemontesi furono avvistate con "ritardo" dalle navi borboniche. Erano in servizio in quelle acque la pirocorvetta Stromboli, il brigantino Valoroso, la fregata a vela Partenope (comandata dal traditore capitano Guglielmo Acton) ed il vapore armato Capri. Avvistarono i garibaldini la Stromboli e il Capri. Quest’ultimo era comandato dal capitano Marino Caracciolo che, volutamente, senza impedire lo sbarco, aspettò le evoluzioni delle cannoniere inglesi Argus (capitano Winnington-Inghram) e Intrepid (capitano Marryat), che erano in quel porto per proteggere i garibaldini. Solo dopo due ore il Lombardo, ormai vuoto, fu affondato a cannonate, mentre il Piemonte, arenato per permettere piú velocemente lo sbarco, venne catturato e rimorchiato inutilmente a Napoli. A Marsala parte della popolazione si chiuse in casa, altri fuggirono nelle campagne. I garibaldini, accolti festosamente solo dagli inglesi, per prima cosa abbatterono il telegrafo, poi alcuni si accamparono nei pressi della città praticamente vuota, mentre Garibaldi, temendo la reazione popolare si rifugiò con altri nella vicina isola di Mozia. Il governo borbonico, tramite il ministro Carafa, protestò il giorno 12 a Torino contro quell’inqualificabile atto di pirateria sostenuto dal Piemonte. Cavour dichiarò sulla Gazzetta Ufficiale che il governo piemontese era del tutto estraneo alle azioni dei "filibustieri garibaldini".
Intanto in tutto il Piemonte, con l’appoggio proprio del governo sardo, erano state attivate le società operaie di mutuo soccorso, le dame della Torino bene e altre logge per raccogliere fondi per "l’eroica impresa garibaldina".
LA BATTAGLIA DI CALATAFIMI
Il giorno 13 Garibaldi, entrato in Salemi, dove il barone Sant’Anna aveva affiancato i suoi "picciotti" all’orda garibaldina, si proclamò dittatore della Sicilia. Nel frattempo il governatore Castelcicala spingeva all’azione le forze duosiciliane, comandate dal generale Landi. Costui, con circa tremila uomini ai suoi ordini, inviò da Alcamo il giorno 14 un solo battaglione verso Calatafimi, con l’ordine di non attaccare il nemico e, se attaccato, di ... ritirarsi.
Il maggiore Sforza, comandante dell’8° Cacciatori, con sole quattro compagnie, incontrò il giorno 15 i garibaldini e non poté fare a meno di assalirli. I garibaldini, che ebbero trenta morti, vennero sgominati e tentarono di rifugiarsi sulle colline, ove furono inseguiti dallo Sforza. In quel mentre il generale Landi, invece di inviare altre forze per il completamento del successo, ordinò la ritirata senza neanche avvisare lo Sforza, il quale avendo terminate le munizioni fu costretto a riportare i suoi verso il grosso che si stava incredibilmente allontanando. Ne seguí un caos indescrivibile, un po’ perché la truppa non riusciva a capire il motivo della ritirata, un po’ perché qualche sfrontato garibaldino, tornato indietro, si era messo a sparare sulla retroguardia duosiciliana.
Il giorno 17 il Landi, dopo aver fatto fare inutili giri alle sue truppe, si ritirò incomprensibilmente in Palermo. Ad Alcara Li Fusi i sovversivi scatenarono una violenta rivolta, durante la quale furono depredati ed assassinati molti civili. Garibaldi, per scopi demagogici e per calmare la situazione, decretò l’abolizione della tassa sul macinato e sui dazi.
Il comportamento del Landi fu comprensibilissimo, quando si scoprí che aveva ricevuto dagli emissari carbonari una fede di credito di quattordicimila ducati come prezzo del suo tradimento. La cosa piú incredibile fu che al Landi non fu mosso alcun rilievo e fu solo sostituito nel comando dal generale Lanza.
L’INGRESSO A PALERMO
Il porto di Palermo, intanto, si affollava di navi straniere, tra cui il vascello inglese Annibal che arrivò il giorno 20 con a bordo l’ammiraglio Rodney Mundy. Questi ebbe molti colloqui con il Lanza nei giorni successivi. Lo stesso giorno Garibaldi istituí il "Comitato per il sequestro dei fondi per le esattorie" a cui avrebbero dovuto far capo tutti i sequestri di danaro necessario per alimentare le sue bande.Nel frattempo i continui solleciti di Francesco II per assaltare gli invasori costrinsero il Lanza all’azione. Inviò il giorno 21 due colonne militari, una formata dal 3° battaglione estero, comandata dal maggiore Von Meckel, e l’altra formata dal 9° Cacciatori, comandata dal maggiore Ferdinando Beneventano del Bosco (nella figura a fianco), per un totale di tremila uomini e quattro obici da montagna.
Un primo scontro avvenne verso Partinico, ove circa mille "filibustieri" furono rapidamente messi in fuga dal Meckel. In questo scontro vi morí Rosolino Pilo. Il resto delle bande garibaldine, con lo stesso Garibaldi, si rifugiò sul monte Calvario, due miglia sopra il Parco, ove si trincerò. Il Meckel invece di attaccare subito, aspettò inopinatamente per due giorni l’arrivo d’altre truppe, chieste al Lanza, per circondare completamente i ribelli. Arrivarono, invece, e solo il giorno 23, appena due battaglioni al comando del colonnello Filippo Colonna.
Il giorno successivo, al primo attacco dei borbonici, le orde del Türr si sbandarono e Garibaldi, quasi circondato, fuggí fortunosamente nella notte con il resto verso Corleone.
I garibaldini poi si divisero in due gruppi al quadrivio di Ficuzza, uno con il Garibaldi si diresse per Palermo, ove sarebbero stati sicuramente protetti dal Lanza e dalle predisposte sommosse carbonare, l’altro al comando di Orsini prese la strada per Corleone. Ad inseguire Garibaldi furono i reparti di Von Meckel, mentre le truppe di Bosco inseguirono l’Orsini.
L’Orsini si era attestato con i suoi a Corleone, ove fu immediatamente investito dal Bosco che, con un rapido e violento assalto, disintegrò le bande, eliminandole definitivamente dalle operazioni belliche. Il Meckel, intanto, aveva inviato velocemente parte delle sue truppe con il Colonna a posizionarsi al ponte delle Teste, poco fuori Palermo, per tagliare la strada ai filibustieri.
A Palermo, il Lanza, che aveva lasciate a bella posta praticamente sguarnite le porte S. Antonino e Termini, ordinò al Colonna, che non aveva ancora fatto in tempo a posizionarsi, di entrare in città e di acquartierarsi, cosicché quegli ingressi rimasero difesi solo da 260 reclute.
Garibaldi, rinforzate le sue bande con altri tremila e cinquecento uomini raccolti nella delinquenza siciliana, nella notte tra il 26 ed il 27 maggio assalí Palermo proprio attraverso la porta S. Antonino, prevalendo facilmente sulle poche truppe borboniche. Il quel momento il Lanza disponeva di circa sedicimila uomini, i quali su suo ordine erano stati rinchiusi nei forti di Quattroventi, Palazzo, Castellammare e Finanze. All’ingresso dei garibaldini nella città, le truppe duosiciliane, invece di essere impiegate a massa, furono impiegate a piccoli gruppi che furono facilmente sopraffatti, anche perché disturbati dal cecchinaggio dei sovversivi palermitani.
L’ARMATA DI MARE
DELLE DUE SICILIE
Nel porto di Palermo in quei giorni l’Armata di Mare Duosiciliana era formata da quattro fregate a vapore ed una a vela in prima fila; in seconda fila una corvetta a vapore, tre avvisi ed una pirofregata con tre vapori armati; in terza fila dodici bastimenti mercantili.
All’alba del 28 da Napoli giunsero in rada il 1° ed il 2° battaglione esteri inviati da Re Francesco II, a seguito di richiesta dello stesso Lanza. Le truppe erano già pronte per entrare in azione, ma il Lanza le lasciò incredibilmente sui bastimenti fino al giorno 29, quando diede ordine di farle sbarcare e di rinserrarle nel palazzo reale. Nel frattempo a tarda sera del 28 era arrivato il grosso delle truppe del Von Meckel a Villabate, tre miglia distante da Palermo.
Per tutta la giornata del 28, la pirofregata Ercole, comandata dal capitano di fregata Carlo Flores, aveva bombardato la città con i suoi obici paixhans calibro 68, provocando inutili danni. Il giorno 29 vi fu anche una ribellione da parte dei cittadini di Biancavilla contro i soprusi dei garibaldini che si erano acquartierati nella cittadina.
L’Armata di Mare aveva collaborato in modo del tutto inefficace alle forze di terra, limitandosi a scortare i convogli ed al trasferimento di truppe da un porto all’altro. Gli ufficiali erano ormai quasi tutti votati al tradimento, mentre i marinai nella stragrande maggioranza erano rimasti fedeli alla Patria. Nel porto vi erano anche navi piemontesi che impunemente rifornivano i garibaldini di armi e munizioni. Garibaldi, praticamente indisturbato, s’impossessò del palazzo Pretorio, designandolo a suo quartier generale. Poi liberò circa mille delinquenti comuni dal carcere della Vicaria e dal Bagno dei condannati, aggregandoli alle sue bande che assommavano cosí a circa cinquemila persone.
VON MECKEL ATTACCA PALERMO
Le truppe del Von Meckel, dopo essersi organizzate, all’alba del 30 attaccarono i garibaldini, sfondando con i cannoni Porta di Termini ed eliminando via via tutte le barricate che incontravano. L’irruenza del comandante svizzero fu tale che arrivò rapidamente alla piazza della Fieravecchia. Nel mentre si accingeva ad assaltare anche il quartiere S. Anna, vicino al palazzo di Garibaldi, che praticamente non aveva piú vie di scampo, arrivarono i capitani di Stato Maggiore Michele Bellucci e Domenico Nicoletti con l’ordine del Lanza di sospendere i combattimenti perché ... era stato fatto un armistizio. La rabbia dei soldati fu tale che vi furono episodi di disobbedienza con il proposito di combattere comunque nella notte, ma vennero fermati dal colonnello Buonopane per il fatto che "non era finita la tregua" .
Il Garibaldi ed il Türr, insieme agli emissari borbonici Letizia e Chretien, si recarono il 31 maggio sul vascello inglese Annibal, ove, presenti anche ufficiali americani, conclusero i patti dell’armistizio. Il Garibaldi, il giorno dopo, annunciò boriosamente che aveva concesso la tregua per umanità. Tra gli accordi, però, pose come condizione che venisse consegnato al Crispi il denaro del Banco delle Due Sicilie di Palermo e scambiati i prigionieri. I garibaldini si impossessarono cosí di oltre cinque milioni di ducati in oro e argento. Tale somma, che successivamente venne impiegata in parte per la "conversione" di altri ufficiali duosiciliani, fu distribuita ai garibaldini, compresi i capi.
SCONTRI A CATANIA
Il 31 maggio a Catania, i garibaldini, dopo aver fatte molte barricate, assalirono anche alcuni soldati. Comandante di tutte le truppe duosiciliane concentrate a Messina era il maresciallo Clary, il quale, tuttavia, si sentiva le mani legate perché aveva avuto l’ordine dal ministro Pianell di stipulare una convenzione con Garibaldi per l’abbandono della Sicilia da parte di tutte le truppe.
Alla forzata inazione del Clary, reagí di sua iniziativa il tenente colonnello Ruiz de Ballestreros che in sole sette ore sgominò i banditi, liberando Catania. Il giorno successivo, tuttavia, il Clary, costretto dagli ordini del traditore Pianell, fece sgombrare la città, portando tutte le truppe verso Messina, unitamente ai rinforzi comandati da Afan de Rivera. In Sicilia le truppe borboniche presidiavano in pratica soltanto Siracusa, Augusta, Milazzo e Messina. A Catania i garibaldini, entrati nelle casse comunali, s’impossessarono di 16.300 once d’oro, una vera fortuna.
NUOVI SBARCHI PIEMONTESI
Il 1° giugno la nave piemontese Governolo sbarcò a Messina altri agitatori con il compito di organizzare una rivolta antiborbonica sulle due sponde dello stretto. Lo stesso giorno arrivò a Marsala il vapore Utile, che era partito da Genova con un carico di circa 5.000 fucili e relative munizioni. Questo stesso vapore, rientrato a Genova, ripartí il giorno 9 avendo a rimorchio il clipper nordamericano Charles & Jane con a bordo 930 "volontari" del Medici. Alla sera del 10 le navi furono intercettate dalla pirofregata borbonica Fulminante che li rimorchiò a Gaeta, dove arrivò il giorno 11. Il rapido e deciso intervento del console U.S.A. a Napoli, Joseph Chandler, fece liberare le navi, che successivamente furono condotte a Genova. Questi "volontari" ripartirono poi per la Sicilia il 14 luglio con la nave Amazon.
Tutti quelli che venivano chiamati "volontari", erano in realtà soldati piemontesi ufficialmente fatti congedare o disertare, come si rileva dalla circolare nr. 40 del Giornale Militare del Piemonte del 12.8.1861 (per i "volontari") e dalla Nota nr. 159 del G. M. del 5.9.1861 (per i "disertori"), le quali prescrivevano per essi l’iscrizione a matricola della "campagna dell’Italia meridionale 1860 in Sicilia e nel Napoletano". I "disertori", inoltre, vennero in seguito amnistiati "opportunamente" con decreto reale del 29.11.1860.
Ai primi di giugno Garibaldi inviò a Marsiglia Paolo Orlando e Giuseppe Finzi per l’acquisto di tre vapori ribattezzandoli Washington, Oregon e Franklin, sotto bandiera americana. Il contratto d’acquisto venne perfezionato l’8 giugno a Genova presso il console americano W.L. Patterson e vi figurò acquirente un cittadino U.S.A., William de Rohan, che pagò il prezzo in buoni del tesoro piemontesi, coperti da una parte dell’oro rapinato in Sicilia e inviato a Torino.
Il 2 giugno Garibaldi emanò un decreto con il quale autorizzava la divisione delle terre demaniali, assegnandone la maggior parte ai combattenti garibaldini, cioè ai Siciliani che avessero voluto arruolarsi con lui. Il 4 giugno vennero assassinati i capi della rivolta antigaribaldina scoppiata a Biancavilla con la farsa di un processo popolare.
L’ARMATA ABBANDONA PALERMO
L’8 giugno le truppe duosiciliane, composte da oltre 24.000 uomini, lasciarono Palermo per recarsi ai Quattroventi per imbarcarsi, tra lo stupore della popolazione che non riusciva a capire come un esercito cosí numeroso si fosse potuto arrendere senza quasi neanche avere combattuto. La rabbia dei soldati la interpretò un soldato dell’8° di linea che, al passaggio a cavallo di Lanza, uscí dalle file e gli disse "Eccellé, o’ vví quante simme. E ce n’avimma î accussí?" Ed il Lanza gli rispose : "Va via, ubriaco!".
Mentre l’Armata Napoletana procedeva alle operazioni d’imbarco, la Washington e l’Oregon partirono il 10 giugno da Cornigliano, imbarcando circa 2.000 uomini comandati dal Medici, ed arrivarono il 17 a Castellammare del Golfo. L’altra nave, la Franklin, imbarcò a Livorno 838 "volontari" comandati da Malencini, sbarcandoli a Favarotta qualche giorno dopo.
Il 13 giugno il Garibaldi sciolse alcune squadre di volontari siciliani, i quali, resisi conto che è per l’annessione al Piemonte, e non per l’indipendenza della Sicilia, il motivo per cui combattevano, avevano incominciato a ribellarsi. In quegli stessi giorni il Nizzardo fu accettato nella Loggia massonica di Palermo ed in seguito elevato al grado di Maestro e poi di Gran Maestro.
MASSACRI E SACCHEGGI A PALERMO
Il 16 giugno fu il giorno piú atroce per Palermo, dove Garibaldi diede carta bianca alle sue orde che commisero violenze, stupri e saccheggi d’ogni genere. Moltissimi poliziotti e le loro famiglie furono assassinati in modo veramente barbaro e sotto gli occhi dell’indifferente e del tutto consenziente Garibaldi Il 19 giugno terminarono le operazioni d’imbarco delle truppe borboniche che arrivarono nel golfo di Napoli il 20. Il Lanza con il suo Stato Maggiore, per ordine del Re, fu posto agli arresti e confinato ad Ischia per essere sottoposto a giudizio da una commissione militare. Garibaldi, nel frattempo, formato un governo siciliano, ordinò l’emissione di altri buoni del tesoro per quattrocentomila ducati, portando il debito pubblico siciliano a circa sedici milioni di ducati. Furono confiscati tutti i beni ed il danaro del clero, in particolare dei Gesuiti che vennero espulsi.
Nel frattempo, l’accozzaglia di gente al seguito del Garibaldi continuava a scatenarsi con delitti, saccheggi e stupri. Veramente atroci quelli commessi da un certo Mele e dal La Porta, che Garibaldi aveva addirittura nominato ministro della sicurezza pubblica.
LA LEGIONE STRANIERA GARIBALDINA
Furono arruolati numerosi avventurieri francesi, inglesi, tedeschi, ungheresi, polacchi, americani e perfino africani, insomma la feccia giunta da tutte le nazioni. Numerose, infatti, furono le presenze straniere al servizio della spedizione dei Mille, anche queste spesso volutamente dimenticate dalla storia ufficiale e dai testi scolastici. Inglese era il colonnello Giovanni Dunn, cosí come inglesi furono Peard, Forbes, Speeche (il cui nome Giuseppe Cesare Abba, non potendo sottacere, trasformò nell’italiano Specchi). Numerosi gli ufficiali ungheresi: Turr, Eber, Erbhardt, Tukory, Teloky, Magyarody, Figgelmesy, Czudafy, Frigyesy e Winklen. La legione ungherese divenne preziosa per l’occupazione della Sicilia e per tante battaglie. La "forza" dei "volontari" polacchi aveva due ufficiali superiori di spicco: Milbitz e Lauge. Fra i turchi vi era anche il famoso avventuriero Kadir Bey. Fra i bavaresi ed i tedeschi di varia provenienza si deve ricordare Wolff, al quale fu affidato il comando dei disertori tedeschi e svizzeri, già al servizio dei Borbone. Vi fu pure l’apporto di battaglioni di algerini (Zwavi) e di Indiani, messi a disposizione di Garibaldi dal Governo di Sua Maestà britannica.
FRANCESCO II RIPRISTINA
LA COSTITUZIONE
A Napoli, il Re Francesco II, fraudolentemente consigliato, decretò a Portici il 25 giugno il ripristino della Costituzione del 1848, con ampia amnistia. Tra i consiglieri favorevoli alla concessione vi furono il Conte d’Aquila e il Conte di Siracusa, zii del Re, che avevano avuto tali suggerimenti da Napoleone III a seguito della missione diplomatica di Giacomo De Martino a Parigi. I contrari furono i ministri Troya, Scorza e Carrascosa. Quest’ultimo anzi affermò che: "la Costituzione sarà la tomba della Monarchia". In occasione del ripristino della Costituzione queste furono le parole di Francesco II: "Desiderando dare a’ Nostri amatissimi sudditi un attestato della nostra Sovrana benevolenza, ci siamo determinati di concedere gli ordini costituzionali e rappresentativi nel Regno, in armonia co‘ principii italiani e nazionali in modo da garentire la sicurezza e la prosperità in avvenire, e da stringere sempre piú i legami che Ci uniscono a‘ popoli che la Provvidenza Ci ha chiamati a governare". Ma la concessione della costituzione fu veramente inopportuna in quel frangente, perché contribuí a creare ancora piú disordine, in quanto permise a molti pericolosissimi fuoriusciti di rientrare nel Regno e di occupare molti incarichi importanti nell’amministrazione del governo.
In quei frangenti l’avvocato Liborio Romano s’incontrò a Napoli nel Palazzo Salza, alla Riviera, con il conte Brenier console francese a Napoli.
Il 26 giugno, ancora su consiglio del suo governo, il giovane re Francesco II stabilí, inoltre, che la nuova bandiera nazionale fosse quella tricolore, rossa, bianca e verde, conservando nel mezzo le armi della dinastia borbonica.
IL PIEMONTE INVIA ALTRE TRUPPE
Nel frattempo, ad iniziare proprio dal 26 giugno, partirono da Genova, La Spezia e Livorno per la Sicilia numerose navi, con una media di una ogni tre giorni, che fino al 21 agosto trasportarono in Sicilia altri 21.000 "volontari" piemontesi.
NASCITA DELLA CAMORRA DI STATO
Francesco II il 27 giugno nominò Capo del Governo Antonio Spinelli, che diede l’incarico di prefetto di polizia al leccese Liborio Romano, già in combutta con la camorra per preparare l’ingresso di Garibaldi in Napoli, cosí come era avvenuto a Palermo con l’aiuto della delinquenza locale.
Fu, dunque, proprio con l’invasione piemontese che la delinquenza fece un salto di qualità, trovando terreno fertile nell’alleanza con la nuova classe politica che si andava affermando soprattutto attraverso le speculazioni. Il conte d’Aquila venne nominato comandante supremo dell’Armata di Mare. Il Ministero della guerra, a cui era preposto l’onesto e anziano Ritucci, venne affidato al generale Giuseppe Salvatore Pianell, che lasciò il Comando Territoriale degli Abruzzi al generale De Benedictis.
Per effetto del ripristino della costituzione, il 1° luglio vennero nominati in ogni provincia nuovi intendenti, quasi tutti massoni .
Il Cavour, intanto, allo scopo di intavolare defatiganti trattative con il governo borbonico, aveva inviato a Napoli il diplomatico Visconti Venosta. Subito dopo, il 3 luglio, si ebbero le prime manifestazioni contro i "galantuomini" e la guardia nazionale a Salerno e ad Avellino, dove significativamente il popolo manifestava al grido di "Viva ‘o Rre Francesco" contro la costituzione.
Per lo stesso motivo anche a Vasto si ebbero violente sommosse da parte di alcune centinaia di contadini armati di sole falci.
IL TRADIMENTO
DELL’ARMATA DI MARE
Il giorno 5 luglio il capitano di fregata Amilcare Anguissola, al ritorno da una missione per il trasporto di 800 uomini del 1° reggimento da Messina a Milazzo, invece di rientrare a Messina, proseguí per Palermo, dove consegnò la pirofregata Veloce al contrammiraglio piemontese Carlo Pellion di Persano. Questi la cedette a Garibaldi, che la fece ribattezzare Tuckery, ma su 144 uomini di equipaggio i traditori che aderirono ai garibaldini furono solo 41.
Il Re Francesco, allora, ordinò al capitano di vascello Rodriguez al comando della pirofregata Tancredi di catturare la nave, dandogli di rinforzo altre tre pirofregate, ma il conte d’Aquila fece fallire tale decisione con defatiganti disposizioni.
Nacque da questi episodi di tradimento l’esclamazione tipica dei napoletani: "mannaggia ‘a Marina" che ancora oggi è diffusissima.
COSTITUZIONE
DELLA GUARDIA NAZIONALE
In Messina, intanto, si concentravano oltre 24.000 soldati inviati dagli Abruzzi e da Gaeta. Nella parte continentale del Regno, invece, per effetto del ripristino della Costituzione, fu organizzata la Guardia Nazionale in tutti i comuni, formandola con gli elementi liberali piú facinorosi. A causa dell’atmosfera politicamente malsana e dei disordini verificatisi in Napoli, la Regina madre decise di rifugiarsi a Gaeta.
Fino a questo periodo, nel Regno delle Due Sicilie non vi erano stati che trascurabili episodi di delinquenza comune. La marea della delinquenza piú pesante incominciò a montare con l’avvento dei garibaldini. La stessa Sila, che divenne in seguito il perenne ricettacolo del banditismo, fino al 1860 si poteva liberamente percorrere senza tema d’incontrarne.
LA BATTAGLIA DI MILAZZO
Nonostante i ripetuti ordini del Re di inviare truppe verso Barcellona (Messina), dove si erano concentrati 4.000 piemontesi e circa 600 ribelli, il Clary adduceva inutili pretesti per tenere fermi i reggimenti. A Barcellona e a Milazzo la maggior parte degli abitanti abbandonò le proprie case. Alla colpevole inerzia del Clary si oppose Beneventano del Bosco, nel frattempo promosso colonnello, che riuscí ad ottenere un minimo di tre battaglioni del 1°, 8° e 9° Cacciatori per un totale di circa 2.600 uomini per proteggere Milazzo, ma con l’ordine di non attaccare per primo. Il Bosco uscí da Messina il 14 luglio con le sue truppe, dirigendosi verso Milazzo.
A Napoli nel frattempo giunsero il 16 luglio molti agenti provocatori inviati da Cavour allo scopo di fomentare sommosse. Fu cosí che la camorra iniziò a scatenarsi, protetta e addirittura inquadrata nella polizia da Liborio Romano.
Il giorno 17, in Sicilia, vi fu un primo scontro sulla strada costiera per Barcellona, dove furono catturati circa cento piemontesi, trovati con il foglio di congedo in tasca. Ad Archi vi fu un altro scontro vittorioso contro i garibaldini del Medici, che furono dispersi. Radunati tutti i suoi uomini, il Bosco si accinse alla difesa di Milazzo. La decisa azione del Bosco, che aveva respinto una richiesta d’abboccamento, spaventò il Medici che il giorno 18 chiese soccorso a Garibaldi. Costui arrivò il giorno 19 con oltre 4.000 piemontesi, sbarcando a Patti, mentre il Clary, che teneva inutilizzate oltre 22.000 uomini in Messina, rispose negativamente alle pressanti richieste di truppe da parte del Bosco, che era sicuro di poter sgominare facilmente le bande garibaldine.
Il 20 luglio vi fu una cruenta battaglia, dopo la quale i valorosi soldati duosiciliani, che ebbero solo 120 caduti, mentre i piemontesi ne ebbero 780, furono costretti per il mancato invio dei rinforzi, dato il numero preponderante degli assalitori, a ritirarsi nel forte di Milazzo. Eroici, e da ricordare, furono i valorosi comportamenti del Tenente di artiglieria Gabriele, del Tenente dei cacciatori a cavallo Faraone e del Capitano Giuliano, che morí durante un assalto. Il forte, intanto, era mitragliato dalle navi garibaldine, che tuttavia furono tenute distanti per le efficaci cannonate dell’artiglieria organizzata rapidamente dal Bosco.
Un’altra incredibile occasione persa, per la incredibile incapacità militare (o tradimento) del Clary, di sgominare definitivamente le orde garibaldine che si erano tutte concentrate a Milazzo e che, quindi, sarebbero potute essere circondate e certamente battute dalle numerosissime truppe lasciate inoperose a Messina. Questo episodio è la dimostrazione concreta che Garibaldi aveva assaltato Milazzo sicuro che nessuno lo avrebbe assalito alle spalle.
Il giorno 22 fu intimato al Bosco di cedere il forte, ma alla sua sprezzante risposta, Garibaldi si rivolse direttamente al comando dell’Armata di Mare a Napoli. Cosí furono inviate da Napoli tre fregate col colonnello di Stato Maggiore Anzani, che, dopo aver concordato rapidamente una capitolazione del Forte, fece imbarcare le eroiche truppe del colonnello Bosco per trasferirle a Napoli.
DEPRETIS NOMINATO PRODITTATORE
Il 22 luglio, su richiesta dello stesso Garibaldi, sbarcò in Sicilia il deputato piemontese Agostino Depretis, spedito da Cavour in sostituzione del La Farina, con il quale Garibaldi era entrato in forte contrasto. Il giorno dopo, incontratosi con Garibaldi, questi lo nomina Prodittatore con un decreto.
L’ARMATA ABBANDONA LA SICILIA
Il 24 luglio, senza nemmeno aver accennato a combattere, il Clary dichiarava impossibile la "difesa" della città e concordava con il Garibaldi la resa delle truppe, che avrebbero evacuata la Sicilia, tranne per la cittadella militare di Messina. Appresa la strabiliante notizia, vi furono episodi di sommossa di alcuni soldati contro il Clary, che dovette nascostamente fuggire a Napoli.
Il giorno 27, la flotta del siciliano Vincenzo Florio si pose al servizio di Garibaldi per il trasporto delle sue bande lungo la costa siciliana e d’altri "volontari" da Genova. Intanto nel Napoletano avvenivano numerose manifestazioni contro le nuove istituzioni nate dalla concessa costituzione: guardie nazionali e i nuovi esponenti dell’amministrazione.
Furono sgombrate il 28 luglio anche le fortezze di Augusta e Siracusa, dove si recò per l’esecuzione il generale Briganti. La Cittadella di Messina fu affidata al valorosissimo e fedele generale Gennaro Fergola. La guarnigione della Cittadella era formata da oltre 4.000 soldati e 200 ufficiali, che occupavano anche i forti S. Salvatore, La Lanterna ed il Lazzaretto.
I TRADITORI SI RIVELANO APERTAMENTE
Nel frattempo, il 29 luglio, Cavour, dopo aver organizzato con Ricasoli una spedizione di armi e denaro nel Napoletano, ricevette a Torino l’avvocato napoletano Nicola Nisco. Costui gli annunciò che poteva fare pieno affidamento su Liborio Romano, che mediante il controllo sulla polizia avrebbe facilmente fatto sollevare la popolazione al momento opportuno e instaurato un governo provvisorio. Al Cavour consegnò anche una lettera del generale Alessandro Nunziante, che, avendo grande influenza sull’esercito, si dichiarava disponibile a mettere la sua spada ai piedi del sovrano sabaudo. Cavour, ormai sicuro di poter agire all’interno stesso del governo borbonico, diede opportune disposizioni all’ammiraglio Persano. Costui doveva partire da Palermo con la nave Maria Adelaide e recarsi a Napoli, con la scusa di proteggere la principessa sabauda moglie del conte di Siracusa, ma in realtà per mettersi in contatto con il marchese Villamarina, ambasciatore piemontese in Napoli, che aveva costituito una buona rete di agenti incaricati di sollevare disordini al momento opportuno.
ALTRI MASSACRI IN SICILIA
Nell’interno della Sicilia, ormai abbandonata a se stessa, col pretesto di perseguitare i funzionari del governo, molti sovversivi, a cui si erano aggiunti numerosi delinquenti liberati dalle carceri, commisero le piú truci nefandezze. In Trecastagni, S. Filippo d’Argirò e Castiglione, nella provincia di Catania, vi furono efferati omicidi e saccheggi. Cosí pure nella provincia di Messina, a Mirto, Alcara e Caronia, dove i garibaldini e i piemontesi si scatenarono in violenze, omicidi e saccheggi. Furono saccheggiati anche tutti i monasteri, vennero imposte taglie e rapinato ogni genere di vettovaglie.
L’ECCIDIO DI BRONTE
In Bronte, il 1° agosto vi fu il primo esempio di come agivano i "liberatori" piemontesi. A Bronte esisteva la Ducea di Nelson, una specie di feudo di 25.000 ettari concesso da Ferdinando I all’ammiraglio Nelson, come ricompensa per gli aiuti forniti al Reame nel 1799. Alle notizie delle avanzate garibaldine, i contadini insorsero contro i padroni delle terre, aizzati dai settari che, dovendo sollevare comunque dei tumulti, promettevano loro le terre secondo i proclami garibaldini.
Essi insorsero il 2 agosto, commettendo violenze nei confronti dei notabili, saccheggiando e bruciandone le case. Furono uccisi una decina di "galantuomini". Cosicché il 4 agosto furono inviati a Bronte ottanta uomini della guardia nazionale, comandati dal questore Gaetano de Angelis, i quali però fraternizzarono con gli insorti, addirittura consentendo che venissero uccisi nella località detta Scialandro altri quattro "galantuomini".
Garibaldi fu immediatamente sollecitato, con numerosi dispacci, dal console inglese che gli intimava di far rispettare la proprietà britannica della Ducea, e anche perché erano iniziate delle rivolte simili a Linguaglossa, Randazzo, Centuripe e Castiglione, confinanti con le proprietà inglesi. Fu cosí che per non danneggiare gli inglesi, Garibaldi preoccupatissimo inviò il 6 agosto sei compagnie di soldati piemontesi e due battaglioni cacciatori, l’Etna e l’Alpi, al comando di Nino Bixio.
Queste orde circondarono il paese, ma poiché i rivoltosi erano già scappati, Bixio fece arrestare l’avvocato Nicolò Lombardo, ritenendolo arbitrariamente il capo dei rivoltosi e poi facendolo passare anche per reazionario borbonico, mentre invece era stato l’unico che aveva cercato di pacificare gli animi di tutti. Lo stesso giorno 6 agosto Bixio emise un decreto con il quale intimava la consegna di tutte le armi, l’esautorazione delle autorità comunali, la condanna a morte dei responsabili delle rivolte e una tassa di guerra per ogni ora trascorsa fino alla "pacificazione" della cittadina.
Bixio si rivelò in questa vicenda un feroce assassino. Per terrorizzare ulteriormente i cittadini, uccise personalmente a sangue freddo un notabile che stava protestando per i suoi metodi. Nei giorni successivi raccolse piú di 350 tipi di armi e incriminò altre quattro persone, tra le quali un insano di mente. Il giorno 9 vi fu un processo farsa che condannò a morte i cinque imprigionati, che erano del tutto innocenti e che fece fucilare spietatamente il giorno successivo.
Per ammonizione, all’uso piemontese, i cadaveri furono lasciati esposti al pubblico insepolti. Bixio ripartí il giorno dopo portando con sé un centinaio di prigionieri presi indiscriminatamente tra gli abitanti.
La Sicilia, nel frattempo, venne posta praticamente in stato d’assedio dalla flotta piemontese, con l’aiuto delle navi francesi ed inglesi, che effettuarono un blocco dei porti e delle coste, causando il crollo dei commerci marittimi e di ogni altra attività produttiva dell’isola.
NAVI PIEMONTESI A NAPOLI
Nel frattempo, il 3 agosto, una squadra navale piemontese con a bordo circa tremila soldati, agli ordini dell’ammiraglio Carlo Pellion di Persano, era entrata nella rada di Napoli - ove si trovavano già navi francesi, inglesi e spagnole - con la scusa di proteggere la contessa di Siracusa, nata Savoia-Carignano, come ordinato da Cavour. A Napoli era arrivato anche il Nisco che fece appena in tempo a parlare con Nunziante, il quale, essendo stato scoperto del suo tradimento, la sera stessa abbandonò Napoli, facendo perdere le sue tracce. Il Nisco, tuttavia, con l’appoggio del Liborio Romano, riuscí a far sbarcare dal piroscafo Tanaro alcune casse contenenti tremila fucili e relative munizioni, necessarie per la rivolta.
LA SICILIA VIENE ANNESSA
AL PIEMONTE
Lo stesso 3 agosto in Sicilia il Depretis, fatto prodittatore da Garibaldi, emanò un decreto con il quale impose lo Statuto piemontese quale legge fondamentale per tutta l‘isola. Venne imposto a tutti i pubblici funzionari di giurare fedeltà a Vittorio Emanuele, pena il licenziamento. Nell’isola intanto la forza occupante era arrivata ad ammontare a circa 36.000 uomini. La maggior parte di essi erano stranieri (vi erano addirittura indiani), circa 18.000 erano "volontari o disertori" piemontesi, qualche migliaio di traditori siciliani. Insomma la feccia dei popoli.
Il 5 agosto il conte di Siracusa, zio di Francesco II, si recò a bordo della Maria Adelaide, dove apertamente (con disgusto degli stessi ufficiali savoiardi) si pronunziò a favore dei Savoia.
PREPARATIVI PER LO SBARCO
IN CALABRIA
Nei giorni precedenti lo sbarco di Garibaldi sul continente , nelle Calabrie erano stanziati circa ventimila soldati borbonici divisi in quattro brigate: il generale Ghio in Monteleone (Vibo Valentia), il generale Cardarelli in Cosenza, il generale Marra in Reggio ed il generale Melendez con vari reparti scaglionati nella provincia di Reggio. Comandante di tutte le forze era il generale Giambattista Vial, barone di Santa Rosalia, che senza alcuna ragione militare aveva disseminate le truppe in ampie zone. Successivamente, a seguito di contrasti tra il generale Marra, comandante della 3ª Brigata, che accusava il Vial di incapacità, il Ministro della guerra, il massone Pianell, fece sostituire il Marra con il generale Fileno Briganti, anch’egli massone. Nel frattempo tutte le autorità civili delle Calabrie erano state destituite dal Liborio Romano, che al loro posto aveva nominati esponenti carbonari.
Il 6 agosto Garibaldi lanciò un proclama e incominciò a prepararsi per lo sbarco nelle Calabrie, facendo approntare circa 200 barcacce dietro il Capo di Milazzo per il trasbordo delle sue orde. Il generale Melendez avvisò di questi preparativi il ministro Pianell, che non prese alcun provvedimento.
L’8 agosto circa 150 garibaldini sbarcarono a Cannitello, dove, scambiata qualche fucilata con alcuni soldati borbonici, riuscirono a rifugiarsi nei boschi, protetti da elementi della Guardia nazionale, rivelatisi cosí già ostili.
Il giorno 9 in Sicilia furono imposte le leggi sarde sulla marina mercantile.
Il 12 agosto Garibaldi s’imbarcò sul Washington per recarsi in Sardegna allo scopo di farsi assegnare circa 9.000 uomini, che erano agli ordini del Pianciani, il quale li aveva destinati ad invadere i territori pontifici. Intanto, avvenivano altri modesti sbarchi a Bianco e a Bovalino, mentre le fregate Fulminante e Ettore Fieramosca, che incrociavano quel tratto di mare, ‘non videro’ alcun movimento di battelli. Il comportamento del comandante del Fieramosca, capitano Guillamat, indignò profondamente l’equipaggio, che lo chiuse nella stiva insieme ad altri ufficiali, dirigendo poi la nave verso Napoli. Ma qui gli ufficiali traditori furono liberati, mentre i fedeli marinai furono rinchiusi nel Castel S. Elmo come insubordinati.
Nelle Puglie si ebbero dei moti popolari. Particolarmente gravi furono quelli a Ginosa e a Laterza contro esponenti liberali, verso cui i contadini reclamavano la restituzione delle terre demaniali e l’abolizione della Costituzione.
ASSALTO FALLITO
NEL PORTO DI NAPOLI
La notte del 13 agosto, su ordine di Persano, la nave Tüköry, piena di 150 garibaldini al comando di Piola Caselli, partita da Palermo il giorno prima, entrò furtivamente nel golfo di Napoli. Il Caselli, in accordo col capitano massone Vacca, comandante del vascello Monarca, tentò di abbordare quest’ultimo con alcune barche per impossessarsene. Scoperto il movimento dalle sentinelle, che reagirono con un fuoco infernale, una sola barca riuscí a stento a rientrare sul Tüköry che si allontanò approfittando del buio della notte, ma lasciando numerosi assalitori morti.
Il traditore Vacca trovò rifugio sulla nave piemontese Maria Adelaide ferma nella rada. A Napoli, in quei giorni, furono stampati e diffusi apertamente numerosi fogli antiborbonici con evidenti inviti alla rivolta, senza che dalla polizia fosse preso alcun provvedimento .
Il 15 agosto un battaglione di bersaglieri piemontesi fu fatto arrivare segretamente nel porto di Napoli e tenuto sotto coperta per essere impiegato al momento opportuno.
Il 16 agosto in Basilicata, a Corleto Perticara, alcuni settari manifestarono a favore dell’unità d’Italia, contemporaneamente anche a Catanzaro furono organizzate manifestazioni a favore dei garibaldini.
In Potenza, il comandante dei gendarmi, capitano Salvatore Castagna, ebbe da un prete, don Rocco Brienza, l’offerta di duemila piastre e il grado di maggiore se avesse riconosciuto un governo provvisorio rivoluzionario. Per il suo diniego fu poi perseguitato e dovette rifugiarsi tra i monti, unitamente ai suoi gendarmi.
NASCE LA PRIMA RESISTENZA ORGANIZZATA
Il 17 agosto in Sicilia furono emanati dei decreti, come quello del corso legale della moneta piemontese, che in pratica significavano l’annessione dell’isola al Piemonte.
In quel giorno fu ucciso a Pantelleria il collaborazionista Antonio Ribera, comandante della guardia nazionale, della cui morte i garibaldini accusarono i giovanissimi nipoti perché filoborbonici. Questi riuscirono tuttavia a sfuggire ai traditori e formarono da quel momento, unitamente ad altri legittimisti, la banda insorgente dei fratelli Ribera. A causa dei continui rastrellamenti, tuttavia, la banda Ribera dopo qualche tempo dovette lasciare l’isola per rifugiarsi a Malta.
SBARCO IN CALABRIA
Rientrato a Palermo, la sera del 18 Garibaldi fece rotta per Giardini, vicino Messina, sul piccolo piroscafo Franklin, mentre Bixio era sul piroscafo piú grande, il Torino.
Le due navi trasportavano circa duemila uomini provenienti da Genova e che furono fatti sbarcare la mattina dopo sulla spiaggia di Rombolo, presso Melito di Porto Salvo. La località era stata scelta perché alcuni traditori del luogo, i massoni Tommaso Nardella, giudice, ed il sedicente colonnello Antonino Plutino, avevano provveduto a far occupare l’ufficio telegrafico e gli uffici comunali, dove nei giorni precedenti erano state depredate le casse comunali, con alcuni garibaldini sbarcati il giorno 8 agosto. Il comando di quei predoni era stato sistemato nel Casino Ramirez, già approntato dai traditori il giorno prima.
Dopo lo sbarco arrivarono le navi duosiciliane Fulminante e l’Aquila, comandate dal Capitano Salazar. Questi, incontrato il Franklin (battente bandiera americana) che si recava al Faro per chiedere aiuto per il Torino, arenatosi accidentalmente sulla spiaggia, lo lasciò passare, vedendolo vuota (ma a bordo c’era il Garibaldi).
In seguito, visto sulla spiaggia il vuoto Torino, si limitò a incendiarlo ed a cannoneggiare i garibaldini che si erano accampati nella pianura di Rombolo. Garibaldi, avendo udito i colpi da lontano, si diresse nuovamente verso Melito, dove sbarcò per ricongiungersi ai suoi.
Antonio Pagano
Direttore della rivista Due Sicilie.
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